Visionari, ingegneri o filosofi?

A San Francisco esiste un quinoa restaurant completamente automatico. Il cibo è buono e salutare, il prezzo economico e l’attesa nulla; per il cliente si tratta della massima resa con il minimo sforzo: entra, sceglie, ordina, paga e, chiamato per nome da una voce automatica, ritira la sua porzione all’interno di una “scatola” che diventa nera non appena la mano umana – una delle poche all’interno del ristorante, l’unica potenzialmente visibile! – inserisce il cibo pronto per la consegna.

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E’ veramente il futuro che vogliamo? E’ veramente il modo in cui vogliamo utilizzare l’automazione? È evidente che si tratta sempre meno di difficoltà o limiti tecnologici, abbiamo raggiunto un livello di conoscenza e di sviluppo tali che le frontiere sono sempre più etiche e filosofiche, non più tecniche. I robot collaborativi sono appena nati e la parola già ci indica il futuro: non più uomo da una parte e macchina dall’altra ma uomo e macchina insieme. Avremo bisogno di filosofi, e di cambiare il nostro modo di pensare.

Non più “cosa è possibile fare” ma “cosa vogliamo fare”. Dove e cosa decideremo di automatizzare porterà indirettamente e rapidamente a cambiare l’essere umano. Cambierà il suo mondo e la sua percezione della realtà, le sue abitudini sociali. Basta guardarci attorno per riconoscere come l’utilizzo di un telefono, ormai non più semplice strumento di comunicazione ma appendice sociale del nostro corpo, abbia già cambiato in nostri comportamenti sociali sui mezzi pubblici, al ristorante, in biblioteca, nei bar etc.

La domanda da porci è quindi: cosa vogliamo delegare alle macchine, e non cosa è possibile delegare alle macchine?. Vogliamo veramente automatizzare un ristorante? Come cambierà l’essere umano, come cambierà il suo rapporto con il cibo, come cambierà il suo rapporto con il tempo grazie, o per causa, di questa decisione?