Hyperface: la moda al servizio della privacy

Immaginate un sistema di riconoscimento facciale che opera 24 ore su 24, intercettando i nostri dati biometrici quando andiamo fare la spesa, mentre lavoriamo, mentre navighiamo su internet. Il tutto per indagare le nostre preferenze d’acquisto, per scoprire quali prodotti usiamo e quali, invece, scartiamo.


La tecnologia della scansione dei volti, usata a fini commerciali per tracciare, ricordare le nostre abitudini e proporci offerte in tempo reale, è ormai sempre più comune. Basti pensare che il primo foodstore Amazon senza code né casse che, con scansione del volto, ti collega e addebita automaticamente il pagamento al tuo account è già stato inaugurato a
Seattle e presto ne seguirà un altro in Gran Bretagna.

Ma cosa accade quando alla tecnologia si contrappone altra tecnologia? Quando due realtà frutto del progresso lottano tra loro?

Adam Harvey è un artista e hacker  berlinese che  ha ideato e sviluppato un tessuto, Hyperface, in grado di mandare in tilt i sistemi di riconoscimento facciale tramite un sistema di “falsi positivi”: si tratta essenzialmente di una fantasia composta da una miriade di ipotetici elementi costitutivi di un volto – occhi, bocche, nasi – in grado di confondere i sensori. Il risultato? Un mix di finte facce digitali, in cui quella autentica non è più individuabile.  

Il tessuto Hyperface può essere utilizzato per confezionare qualsiasi indumento – un abito, un foulard, un cappello – e difendere la privacy di chi lo desidera.  Insomma la tecnologia al servizio del singolo per la difesa dalla tecnologia stessa!