Emergenza ittica: se l’integrazione uomo/macchina aiuta la sostenibilità dei nostri mari

venerdì, 10 febbraio, 2017. automazione, emergenza ittica, FAO, Fast company, National Oceanic and Atmospheric Administration, nature conservance, pesca sostenibile, sostenibilità

I numeri sono preoccupanti. Lo sfruttamento degli stock ittici del mondo sta crescendo a un ritmo importante e a dare l’allarme è proprio la FAO che rivela come la produzione ittica globale si stia avvicinando al suo limite sostenibile, con circa il 90% degli stock di tutto il mondo già completamente sfruttato e un aumento della produzione previsto del 17% entro il 2025.

Una delle chiavi per una pesca sostenibile è, secondo alcuni, l’impiego di controllori per osservare da vicino ciò che viene raccolto dal mare. Negli Stati Uniti, per esempio, le barche da pesca sono regolarmente accompagnate da osservatori indipendenti che tracciano la conformità alle normative di pesca. Nelle acque di altri paesi è tutta un’altra storia: nella fascia di mare che dall’Indonesia arriva fino alle Hawaii, dove si raccoglie la maggior parte di tonno del mondo, per esempio, solo un misero 2% delle operazioni di pesca sono osservate dai controllori. Una percentuale che risulta ridicola per gli scienziati, sia per capire gli effetti che la pesca intensiva sta avendo sul depauperamento di quest’area e delle specie in pericolo, sia per monitorare come molti pesci di valore – tra cui il tonno pinna gialla o il tonno obeso – siano pescati illegalmente.  

Un aiuto in tal senso può arrivare da tool digitali? Un articolo recentemente apparso su Fast Company traccia uno scenario possibilista raccontando come i governi e le agenzie indipendenti che sperano di fermare lo sfruttamento ittico si stiano rivolgendo a software molto simili a quelli usati sui social media per riconoscere i volti nelle foto.  In questo contesto si inserisce positivamente il tentativo portato avanti da Nature Conservancy, associazione ambientalista senza scopo di lucro che, automatizzando efficacemente parte del lavoro del controllore umano, utilizza telecamere per registrare quali specie vengono catturate e sofisticati software per classificarle, in modo da ottenere un quadro più completo delle pesche legali e delle operazioni illecite.

Il processo è molto simile a quello che tutti i giorni permette alle aziende di realizzare record e previsioni dettagliate sull’atteggiamento dei consumatori on line ma, in questo caso, parliamo di pescherecci e branchi di pesci. Nature Conservancy sta lavorando per esempio coi governi delle regioni a rischio come l’arcipelago Palau e le isole Marshall in Micronesia o le Salomone in Oceania per implementare questi programmi di monitoraggio attraverso la cattura di filmati video delle navi da pesca che rimpiazzino l’osservatore su ogni barca. Il materiale raccolto risulta ancora grezzo e necessita di essere analizzato da occhio umano esperto ma l’obiettivo è quello di trattare  in modo più automatizzato questi video andando a sottoporre ad occhio umano solo quelli più meritevoli di analisi.

Questa tipologia di intervento sta diventando sempre più frequente: la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) per esempio sta cercando di utilizzare un monitoraggio simile per la pesca nell’Oceano Atlantico e Pacifico americano, come ad esempio alcune barche in Alaska adibite alla pesca di merluzzi o halibut. “Al posto del controllore abbiamo lavorato per sviluppare il monitoraggio elettronico come alternativa“, dice Chris Rilling del NOAA. “In questo momento, le barche da pesca che partecipano ad un programma pilota sono dotate di telecamere e hard disk che vengono periodicamente spediti alla base centrale  per la revisione umana. L’obiettivo è di sviluppare degli algoritmi in grado di riuscire, entro il 2019, ad ottenere dati in maniera automatizzata”.

Se gli algoritmi di apprendimento automatico non sono perfetti, possono tuttavia fornire informazioni preziose agli scienziati cui sarà ancora affidato il compito di interpretarli correttamente. Tra le innovazioni in campo anche quella che permetterà di monitorare le popolazioni ittiche mentre sono ancora sott’acqua. Nel 2015, per esempio, ha debuttato un dispositivo che utilizza un sistema a bassa potenza combinato con un sonar posizionato sul fondo marino che, mandando segnali in superficie, rileva quanti pesci ci sono in quella determinata porzione di mare presa in esame. Una soluzione che quest’estate sarà estesa ad una zona remota della regione artica di difficile accesso: al posto di costose navi rompighiaccio il sensore resterà sul posto per monitorare le popolazioni ittiche e i suoi movimenti dopo il congelamento invernale.

I passi da fare sono ancora molti ma i progressi della collaborazione tra uomo-macchina ci sembrano degni di attenzione se, come in questo caso, sono finalizzati a migliorare la sostenibilità ambientale dei mari che lasceremo alle future generazioni.

 

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