Da atomo a bit: il gemello digitale dell’Industria 4.0

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L’evoluzione tecnologica implica sempre di più uno spostamento da atomo…a bit. Le ragioni sono quasi sempre di carattere economico. Del resto, si sa, effettuare operazioni – come spostamenti e stoccaggio – sui bit anziché sugli atomi è molto più semplice. Ed è proprio su questa scia che stanno nascendo, all’interno delle fabbriche, i cosiddetti digital twin di prodotti e processi.
 
I gemelli digitali sono la copia perfetta di un prodotto manifatturiero o di un processo, una “proiezione” molto utile soprattutto nel campo della prototipazione, ma anche nelle successive fasi di ricerca e sviluppo.
 
Sono ormai diverse le aziende – come la casa automobilistica italiana Dallara – che costruiscono modelli digitali anziché costosi prototipi fisici, effettuando tutte le prove e le simulazioni necessarie a giungere a un progetto soddisfacente. Quando il modello in bit è pronto, le stampanti 3D convertono i bit in atomi e si arriva al prodotto vero e proprio.
 
In questo modo l’intero processo di progettazione diventa più rapido e permette anche di effettuare test e simulazioni che sarebbero difficili su di un mock-up. Facile dunque? Non proprio: passare da atomi a bit richiede competenze diverse. i progettisti devono essere necessariamente affiancati da matematici specializzati, non sempre facili da reperire.  Cambia inoltre il processo di progettazione, sviluppo e produzione: in pratica, per adottare il “modello digital twin”, occorre rinnovare profondamente la propria azienda.
 
Non è tutto: la capacità di raccogliere dati e modellizzare realtà sempre più complesse sta facendo uscire il digital twin dalle fabbriche. Un esempio? Il progetto genovese Start 4.0, uno degli otto centri istituiti dal Ministero dello Sviluppo Economico a corollario delle iniziative di sostegno per la Fabbrica 4.0. Tra i suoi prossimi obiettivi, la creazione del digital twin del Porto di Genova con l’intento di studiare, modellare e simulare il funzionamento dei porti del domani, che nell’arco di una decina d’anni potrebbero essere in grado di gestire le navi a guida autonoma, considerate il futuro del trasporto marittimo.