Big Data questi sconosciuti? Per 4 aziende italiane su 10 pare proprio di sì

Sono sulla bocca di tutti ma pochi li conoscono davvero. Parliamo di Big Data, agglomerati di informazioni e numeri, diversamente conosciuti, da chi sa interpretarli, come la miniera d’oro del XX secolo.

Stando ad una survey che il Gruppo Adecco ha realizzato in collaborazione con l’Università Bicocca di Milano, in Italia solo 4 aziende su 10 conoscono a pieno il significato dei Big Data e solo il 12% ne fa un utilizzo commerciale. La scarsa conoscenza del fenomeno non sembra riguardare solo le PMI (il 47,14% degli intervistati) di solito più restie al cambiamento, anche quelle di grandi dimensioni (il 35,03% del campione) non sembrano essere molto più avanti.

Eppure a fronte di una sostanziale ignoranza sul fenomeno, il 97% delle aziende li considera un’opportunità e non un rischio. Quanti investono? Solo il 20% ha avviato progetti in tale direzione, un 10% «ha intenzione di farlo», il 32,43% non ha nessuna azione in programma e un ulteriore 37,16% non risulta interessato.

Questi dati gettano una luce preoccupante sull’industria italiana e sul suo potenziale di attrattività internazionale e crescita, soprattutto se se si pensa che i 350 referenti aziendali coinvolti nella ricerca appartengono a società di varie dimensioni con prevalenza principale nel settore industriale-metalmeccanico (41,02%) e dei commerci/servizi (26,29%). La magra consolazione emersa dall’indagine è che il ritardo italiano è condiviso coi cugini francesi e spagnoli. I lontani parenti d’oltreoceano – americani e asiatici –  sono ad un livello decisamente superiore. Come superare questo gap? Sicuramente con i giusti  professionisti e un set di skill di spessore, merce a quanto pare preziosa e difficile da ‘reperire’ secondo il 98% delle aziende intervistate.

Big Data analytics specialist (63,64%), data content & communication specialist (38,64%), Big Data architect (32,95%), data scientist (29,5%) e social mining specialist (13,6%): fatevi avanti, le vostre figure sono le principalmente richieste*.

Ma le università italiane? Sono o saranno davvero in grado di produrre queste competenze che il mercato necessità?